La convivenza con gli altri animali: uno sguardo sul mondo della condivisione emozionale

22 Ott, 2019

La convivenza tra l’uomo e l’animale ha origini antichissime e vede protagonista, per alcune specie, un processo definito ‘domesticazione’. Tale processo prevede un percorso di vita a stretto contatto tra specie diverse e una forma di selezione artificiale operata dall’uomo nei confronti di un’altra specie con l’obiettivo di selezionare individui sempre più socievoli e predisposti al contatto pacifico con l’essere umano.

Più che di domesticazione, si dovrebbe parlare di co-evoluzione, in quanto la relazione tra l’uomo e le altre specie esiste indipendentemente dal fatto che intervenga o meno il processo di domesticazione e, nel caso ad esempio del cane e del gatto e di diverse altre specie, l’avvicinamento è stato del tutto spontaneo da entrambe le parti.
Un animale che vive a stretto contatto con l’essere umano, gode delle sue cure e del suo riparo, stabilisce con l’uomo una relazione di condivisione profonda, tende a mantenere dei tratti, sia fisici che comportamentali, prettamente infantili: questa tendenza viene definita ‘neotenia’ ed è tra le cause che portano all’emergere dell’istinto di protezione nell’essere umano quando osserva un animale domestico, in particolar modo se si tratta di un cucciolo. La ricerca di tratti neotenici sempre più marcati ha fatto sì che la selezione artificiale attuata dall’uomo mirasse a creare individui animali sempre più infantili sia nel corpo che nello spirito, e di conseguenza anche sempre più dipendenti dalle cure dell’essere umano.

Attualmente, in Italia si stima che ci siano più di 60 milioni di animali domestici, considerati a tutti gli effetti membri della famiglia da un punto di vista relazionale e, in diversi casi ormai documentati, anche dal punto di vista legale, per quanto ancora la legge stabilisca che l’animale domestico rientri nella categoria dei beni materiali. Non si tratta solo di cani e gatti, ma ci sono anche uccelli, piccoli roditori, conigli, tartarughe, pesci. Secondo i dati Eurispes del Rapporto Italia 2016, circa il 43% degli italiani convive con uno o più animali domestici. Per l’esattezza, il 22,5% della popolazione convive con un animale da compagnia, il 9,3% con due, il 4,1% con tre e il 7,4% con più di tre. Gli animali domestici più diffusi nelle case degli italiani sono principalmente cani e gatti, rispettivamente nel 60% e nel 49% dei casi, ma sono presenti anche pesci e tartarughe al 8%, uccelli e conigli al 5%, piccoli roditori al 3%, e animali esotici al 2%. Alcuni di questi animali, quali ad esempio gli uccelli e i pesci, non possono essere considerati in effetti animali domestici in quanto vengono detenuti in cattività contro la loro volontà e senza possibilità di scegliere se rimanere o meno in prossimità dell’essere umano.

Ma il rapporto con l’animale altro si estende molto oltre la semplice convivenza con
il proprio animale domestico, l’essere umano infatti è istintivamente portato a cercare il contatto e a godere della condivisione con altre specie indipendentemente dal contesto, andando così a creare molteplici occasioni nel corso della vita di incontro con l’animale altro. Questo incontro non lascia mai indifferenti, innesca nell’uomo una serie di reazioni emozionali profonde e porta a delle modificazioni sia a livello psicologico che, in moltissimi casi, anche a livello fisico. Da queste basi nasce, ad esempio, l’idea di utilizzare la relazione spontanea tra l’uomo e l’animale come coadiuvante nei percorsi di recupero, nelle situazioni di malattia, durante la crescita psico-fisica del bambino, nell’anzianità, e in molti altri contesti di vita.

Nel corso della storia ci sono numerose testimonianze, sia a livello scientifico che a livello popolare, di interazioni tra l’uomo e l’animale che hanno portato un beneficio tangibile e riconoscibile alla persona ed un miglioramento della qualità della vita.

L’interazione spontanea con l’animale è diventata un mezzo per coadiuvare un recupero del benessere psicologico, e in diversi casi anche di quello fisico, dell’individuo umano che si trova ad attraversare un momento di difficoltà più o meno grave, o anche dell’individuo che voglia migliorare la propria qualità di vita in un contesto di spontaneità a contatto con un individuo animale di un’altra specie.

Già Sigmund Freud aveva riconosciuto alla relazione con l’animale un potenziale maieutico e curativo che poteva essere di grande aiuto nella costituzione dell’alleanza terapeutica, oltre che nell’espressione emozionale del paziente; egli si faceva spesso accompagnare nelle sedute dal suo cane Jofi e notava sovente come le reazioni comportamentali e umorali di Jofi nei confronti dei pazienti fossero correlate ai processi emozionali che il paziente stava affrontando in quel momento. I meccanismi di sublimazione, spostamento e proiezione descritti da Freud trovano piena espressione nel processo di passaggio dall’inconscio al conscio che viene elicitato e facilitato dall’animale il quale funge da ponte tra ciò che è celato e la porta verso la consapevolezza.

Un’area fondante in cui si possono riscontrare grandi benefici a seguito dell’interazione spontanea con l’animale è la capacità di comunicazione empatica. L’animale è un individuo pensante dotato di un complesso sistema emozionale, differente in molti aspetti da quello dell’essere umano ma al contempo profondamente simile nelle emozioni primarie e nella capacità comunicativa spontanea attraverso di esse. La comunicazione empatica si può esprimere a vari livelli e, soprattutto, si può incrementare attraverso l’esperienza; portando la persona a confrontarsi con l’espressione emozionale spontanea dell’animale, essa si trova nella condizione di dover reagire a tale comunicazione, andando quindi a stimolare l’abilità di percezione dello stato emotivo altrui e l’elaborazione interna delle reazioni emotive proprie e dell’altro. L’animale è di per sé percepito come un individuo non giudicante, il quale permette alla persona di esprimersi liberamente senza il timore del giudizio, e di vivere senza filtri culturali la reazione comportamentale dell’animale: ciò che torna indietro è espressione e conseguenza diretta di ciò che è stato dato.

L’interazione con l’animale permette anche di lavorare sulla focalizzazione dell’attenzione verso l’esterno. In alcune situazioni, un individuo può tendere a rivolgere gran parte della propria attenzione su se stesso e sulla sua condizione, andando a disintegrare gradualmente i contatti con il mondo esterno fino ad arrivare, nei casi più estremi, ad un totale isolamento più o meno volontario. L’animale rompe questo isolamento, in alcuni casi anche in maniera piuttosto dirompente, ponendo la persona in una situazione di presenza positiva e stimolante; l’animale riesce a superare la barriera di autoreferenzialità in cui si è chiusa la persona, e suscita un moto di attenzione verso l’esterno, un’apertura verso l’altro, un primo passo verso un recupero del contatto con la realtà circostante.

Nella condizione di malattia, si pone frequentemente il problema dell’accettazione del proprio stato, in particolar modo per quelle persone la cui patologia ha prodotto effetti molto visibili a livello fisico o cognitivo. Nel contatto con un animale non c’è giudizio estetico né di performance da parte dell’animale e questo fa sì che la persona si senta maggiormente libera di esprimersi, emettendo comportamenti che normalmente si vieta per la paura di essere giudicata da altre persone, e creando così le condizioni per fare esperienze nuove e aumentare la fiducia in se stessa. Poter interagire con qualcuno (l’animale è senza ombra di dubbio un qualcuno, non un qualcosa) sentendosi liberi di esprimersi per quello che si è rappresenta un’esperienza cruciale nel percorso di accettazione della propria condizione di malattia.

L’attività condivisa tra persone insieme all’animale si trasforma in un’occasione di legame sociale tra persone che vivono nello stesso contesto e che spesso non avviano un approccio sociale con gli altri fino a quando non si presenta un elemento esterno (l’animale) che funge da collante e da stimolante, crea situazioni nuove e impreviste, dà occasione di interazione e crea vissuti condivisi che vanno poi a costituire la base per un futuro potenziale legame di gruppo che molto spesso si protrae nel tempo anche molto dopo il termine dell’attività e della presenza dell’animale.

La comunicazione emozionale con animali di altre specie porta l’essere umano a rivedere le proprie modalità di interazione, ma troppo spesso l’interazione naturale tra animali viene vissuta attraverso una lente antropocentrica che impedisce alla persona di cogliere la reale essenza della comunicazione e della condivisione con l’animale altro.
La convinzione che l’umano sia portatore di una esclusività emotiva fa sì che la persona diventi cieca di fronte all’espressione emozionale di altri individui appartenenti ad altre specie portando l’umano a percepire l’animale altro non come, per l’appunto, un individuo, ma piuttosto come uno strumento, un mezzo o un problema da gestire.
Il riconoscimento della volontà, della libertà di pensiero e azione, dell’individualità, dell’espressione comunicativa complessa, dell’emozionalità negli animali non umani implica un radicale cambiamento di prospettiva da parte dell’essere umano, in un’ottica di apertura verso un concetto di co-abitazione di questo Pianeta.

 

Questo articolo non intende fornire in alcun modo indicazioni terapeutiche di alcuna natura. Per qualunque necessità di informazione su eventuali difficoltà psicologiche o relazionali intra o inter-specifiche è necessario rivolgersi a professionisti del settore.

 

 

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